“È stata una battaglia che, forse più di altre, valeva la pena combattere”. Con queste parole Tiziana Magnacca, assessore regionale di Fratelli d’Italia, interviene all’indomani del referendum costituzionale, tracciando un bilancio che intreccia soddisfazione per la partecipazione e amarezza per l’esito.
Per Magnacca, il primo dato da evidenziare è l’affluenza: “Una campagna referendaria di civiltà e democrazia, quando a partecipare sono i cittadini”. Un segnale incoraggiante, soprattutto se confrontato con le recenti elezioni segnate da livelli record di astensionismo. “È stata un’occasione preziosa per ascoltare i cittadini e incontrarli nei territori”, sottolinea. Il risultato, tuttavia, consegna una doppia chiave di lettura. Da un lato, una partecipazione che testimonia la vitalità della democrazia. Dall’altro, un voto – quello per il “No” – che, secondo l’assessore, “va rispettato”, ma che sarebbe stato determinato anche da fattori estranei al merito della riforma. “In molti casi – osserva – si è votato senza una piena consapevolezza dei contenuti, influenzati da posizioni ideologiche e da una campagna caratterizzata da odio e attacchi personali”. Nel suo intervento, Magnacca difende l’operato del Governo guidato da Giorgia Meloni: “Ha fatto il proprio dovere, portando a compimento l’iter parlamentare di una riforma su cui si era impegnato con gli elettori. Non è forse questo che chiediamo ai nostri rappresentanti?”. Ma il risultato referendario, avverte, “non può essere letto come una vittoria politica”. Non per il centrodestra, ma neppure per le opposizioni, definite “divise e non all’altezza di offrire un’alternativa credibile”, anche alla luce dei toni utilizzati durante la campagna. Tra le riflessioni più critiche, anche il ruolo dell’Associazione Nazionale Magistrati, indicata come possibile protagonista di una “capacità di condizionamento” che, secondo Magnacca, solleva interrogativi sul corretto equilibrio tra i poteri dello Stato. Nonostante l’esito, resta la convinzione che il percorso intrapreso non sia stato vano. “È stata una battaglia di civiltà, di libertà e di meritocrazia – ribadisce – portata avanti da magistrati, avvocati, accademici e cittadini che credono nei valori costituzionali”. E soprattutto, conclude, resta il dato politico di fondo: “Oltre 12 milioni di italiani chiedono di modificare lo status quo. È un seme che potrà dare frutti preziosi alla democrazia, in una stagione più favorevole. Alla fine, è stata persa solo una battaglia, ma non la guerra”.
