Un’operazione coordinata dalla Procura della Repubblica di L’Aquila e condotta dagli uomini della Squadra Mobile, guidati dal Vice Questore Roberta Cicchetti, ha portato al fermo di un cittadino egiziano di ventisette anni (classe 1999), accusato di essere uno scafista al servizio di un’organizzazione criminale transnazionale con base in Libia. L’uomo, rintracciato in città dopo essere stato ospite come richiedente protezione internazionale in un Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) della provincia aquilana e attualmente senza fissa dimora, è stato trasferito presso le locali carceri. Le indagini, nate da un costante monitoraggio e dalla collaborazione tra la Sezione Criminalità Organizzata e il personale in servizio nelle strutture d'accoglienza del territorio, hanno permesso di far luce sul tragico viaggio avvenuto nel maggio 2025. L'indagato avrebbe guidato un natante partito dalla Libia con a bordo almeno 22 persone, esponendole a gravissimi rischi per l'incolumità e la vita pur di garantirne l'ingresso illegale in Italia, il tutto a fronte di un compenso di circa 3.500 euro a migrante. Insieme a lui figurano nel registro degli indagati altri due connazionali presenti sull'imbarcazione giunta a Lampedusa il 20 maggio 2025: uno incaricato della gestione del telefono satellitare e l'altro del rifornimento di carburante. A consentire la svolta nelle indagini è stato il drammatico racconto fornito da una delle vittime, anch'essa trasferita nel territorio aquilano dopo le procedure di fotosegnalamento all'hotspot siciliano. Il testimone ha ricostruito l'incubo vissuto prima dello sbarco: un lungo calvario segnato dalle percosse subite al confine tra Sudan e Libia per non essere riuscito a saldare subito l'intero importo del viaggio. La vittima è stata poi reclusa per undici mesi in un centro di prigionia libico in attesa del saldo di ulteriori 3.500 euro da parte dei familiari, per poi essere condotta a Tripoli e infine a Zawiya, dove è avvenuto l'incontro con lo scafista. Gli accertamenti investigativi hanno inoltre permesso di acquisire prove fondamentali: agli atti dell'inchiesta sono stati infatti acquisiti sia il video che documenta il violento pestaggio subito dal migrante durante la prigionia, sia le riprese del viaggio in mare in cui si vede chiaramente il 27enne egiziano alla guida del natante. Dalle deposizioni è emerso anche che i vertici dell'organizzazione libica avevano impartito precise disposizioni allo scafista, tra cui quella di sbarazzarsi del dispositivo GPS in caso di intercettazione da parte di imbarcazioni europee e di mimetizzarsi tra i profughi fingendosi un semplice passeggero.
